Nicodemo/ Febbraio 19, 2019/ Articoli, Diritto della Security Privata

Va precisato, innanzitutto, che la versione integrale dell’articolo che segue è stata pubblicata sull’ultimo numero della rivista Combat Arms, in edicola lo scorso luglio. Purtroppo essa ha momentaneamente chiuso i battenti ed è stato un vero peccato, in quanto unica nel suo genere e davvero ben fatta. Approfitto in questa sede per salutare il suo Direttore Fabrizio Bucciarelli, che avrebbe voluto che io ne curassi una rubrica in modo continuativo, con la speranza di rivederlo presto alla direzione di un prodotto editoriale altrettanto valido. Ciò premesso, passiamo alla trattazione.

Definizioni

Li sentiamo chiamare in tanti modi: bodyguards, gorilla, Close Protection Officers, Agenti di Protezione Ravvicinata, Personal Security Details, Contractors e altri ancora, ma si tratta di appellativi e qualifiche volti ad individuare operatori professionali addetti alla pianificazione ed esecuzione di programmi per la protezione da pericoli all’incolumità di uno o più soggetti designati.

La normativa italiana

L’art. 1 del Regio Decreto n. 773 del 1931, noto come Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, riserva il compito della tutela dell’incolumità personale unicamente agli operatori istituzionali.

Non vi è pertanto, in Italia, la possibilità di assumere privatamente soggetti da adibire alla sicurezza personale, intesa come protezione ravvicinata da minacce alla sicurezza fisica.

Il divieto è sanzionato anche penalmente, in quanto svolgere la professione di guardia del corpo comporta la violazione dell’art. 347 del codice penale, che punisce l’usurpazione di funzioni pubbliche, a tenore del quale: “Chiunque usurpa una funzione pubblica o le attribuzioni inerenti a un pubblico impiego è punito con la reclusione fino a due anni”.

Usurpare vuol dire attribuirsi arbitrariamente una qualifica altrui, in mancanza di un titolo o di un’investitura che autorizzi il fatto dell’agente.

Secondo la dottrina più accreditata, il bene giuridico protetto è costituito dall’interesse dello Stato alla titolarità ed esercizio esclusivi delle proprie funzioni, precipitati diretti dei principi di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione di cui all’art. 94 della Costituzione.

Chi si arroga pubbliche funzioni diviene funzionario di fatto e, secondo una scuola di pensiero piuttosto rigorista, è passibile di imputabilità per tutti i delitti propri dei pubblici ufficiali.

Per aggirare il divieto, ed assumere così una guardia del corpo, molti erano soliti incaricare un investigatore privato autorizzato conferendogli un mandato per accertare la presenza e l’identità di “anonimi disturbatori”.

Tale sistema si è rivelato non efficace, in quanto la presenza costante e ravvicinata del soggetto incaricato è poco compatibile con la discrezione tipica di un investigatore, si è quindi agevolmente compreso da parte delle Autorità che si trattava di un addetto alla sicurezza personale sotto mentite spoglie.

Esiste, tuttavia, la possibilità di avere al seguito operatori della sicurezza -anche armati- senza violare alcuna norma di diritto vigente.

Si possono infatti assumere una o più guardie particolari giurate le quali, per esplicito dettato normativo ( art. 133 T.U.L.P.S.), vigilano sulle proprietà mobiliari e immobiliari; è quindi consentito a chiunque incaricare operatori muniti di decreto prefettizio per la nomina a guardia particolare giurata a tutela del proprio patrimonio, anche relativamente a beni mobili registrati -quali autovetture o natanti- o semplici beni mobili portati sulla persona -come preziosi, denaro e simili.

La guardia giurata può agire a difesa dell’incolumità del suo cliente solo in virtù dell’esistenza di una scriminante, cioè di una di quelle norme per le quali, al verificarsi di determinate condizioni, un fatto normalmente classificato come reato diviene lecito.

Nel caso che ci riguarda, la causa di giustificazione interessata è quella disciplinata dall’art. 52 del codice penale, rubricato difesa legittima, il cui primo comma così recita: “Non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa”.

L’analisi dettagliata della fattispecie richiederebbe i proverbiali fiumi di inchiostro, rimaniamo perciò concentrati sulla locuzione “difendere un diritto proprio o altrui”.

Significa, in parole povere, che la legge consente la difesa non solo di se stessi, ma anche quella di altre persone minacciate di un’offesa ingiusta: chiunque, infatti, può intervenire per aiutare e difendere chi è vittima di un’aggressione fisica, ad esempio, potendo reagire direttamente contro l’aggressore, con forza proporzionata alla condotta offensiva perpetrata.

La figura giuridica appena descritta è stata appunto definita soccorso difensivo e consente alla g.p.g. incaricata di difendere il patrimonio di intervenire per proteggere l’incolumità del suo committente in caso di attacco.

Quello appena messo in evidenza è uno dei controsensi del nostro ordinamento giuridico: posso pagare qualcuno per proteggere i miei beni patrimoniali ma non la mia vita, però, se un delinquente cerca di uccidermi, l’addetto alla tutela del patrimonio mi può difendere praticando un soccorso difensivo.

Attenzione a un dettaglio fondamentale: la difesa della vita non può essere oggetto di contratto, neppure se l’operatore è una g.p.g., poichè il contratto stesso sarebbe nullo in quanto avente ad oggetto una prestazione contraria alla legge.

In altre parole la guardia giurata può difendere il suo cliente anche usando un’arma da fuoco, quando la situazione lo richiede, se nell’ambito del suo servizio viene consumata o tentata un’aggressione, ma deve trattarsi di un’evento eccezionale ed imprevedibile; se inseriamo nel contratto la tutela dell’incolumità, vuol dire che l’obbligazione primaria della guardia non è più la tutela del patrimonio, che è l’unica attività che la legge le permette.

Tale circostanza renderebbe incolpabili sia l’operatore che il cliente, il primo come esecutore ed il secondo in concorso in qualità di mandante.

Interpretando quindi alla lettera il combinato disposto delle norme si giunge alla seguente conclusione: chiunque può affidarsi ad una guardia giurata per la tutela del proprio patrimonio concordando, segretamente, un incarico di protezione anche dell’incolumità personale, ma si ritroverebbe un operatore non tenuto a difenderlo da nessuna norma giuridica.

Il soccorso difensivo, infatti, non è obbligatorio per il cittadino non munito di una qualifica istituzionale: un poliziotto è tenuto a intervenire se vede che qualcuno è destinatario di aggressione fisica, ma non l’operatore privato, il cui unico compito è proteggere il patrimonio.

Se bersaglio dell’offesa ingiusta è la vita del cliente e non i suoi beni, la guardia giurata, teoricamente, non è obbligata dalla legge a reagire, poiché il soccorso difensivo è facoltativo.

Applicando una tesi diversa, meno letterale, può invece sostenersi che l’operatore privato sia gravato dell’obbligo suddetto in quanto funzionario di fatto, la cui presenza ingenera nel committente l’affidamento nel suo diligente operato.

Come può desumersi dall’analisi di quanto appena descritto, la chiave di lettura del problema è tutt’altro che univoca e sarebbe auspicabile un intervento del legislatore per disciplinare compiutamente l’attività della protezione ravvicinata, conferendole la dignità che merita e facendola emergere dai pericolosi equivoci da cui è circondata.

Non dimentichiamo che la normativa vigente è stata varata in un periodo storico caratterizzato non solo da una predominante cultura stato-centrica, ma anche da una realtà socio-economica molto meno articolata di quella attuale, in cui meno avvertita era l’esigenza di affidare a soggetti privati la tutela di beni diversi da quelli meramente patrimoniali.

Personal Security Detail, alias Security Contractor in High Risk Areas secondo la normativa e giurisprudenza italiane.

La parola contractor evoca scenari misteriosi e ingenera numerosi fraintendimenti.

In primo luogo è il caso di sottolineare che si parla di contractor ogni qual volta ci si trovi in presenza di un professionista vincolato in base ad un contratto a svolgere determinate mansioni.

Tuttavia si tratta di un’espressione gergale che individua il Personal Security Detail, tradotto: addetto alla sicurezza personale, che esegue i suoi incarichi in aree considerate ad alto rischio per motivi politici, bellici o legati a catastrofi naturali.

Quasi mai il P.S.D è un free lance assunto in maniera diretta da un committente, il quale di solito si rivolge ad una Private Security Company autorizzata ad operare in una data area geografica.

A tal proposito operiamo una importante distinzione tra Private Security Companies e Private Military Companies.

Le prime (P.S.C.) erogano soltanto servizi di security quali protezione ravvicinata alle persone fisiche mediante la pianificazione ed esecuzione di servizi di scorta, vigilanza ad installazioni e strutture sensibili, accompagnamento e scorta a convogli umanitari e simili, analisi e gestione del rischio alla security riguardanti attività imprenditoriali ubicate in aree ad alto rischio anche mediante raccolta di informazioni con operazioni di HumInt e TechInt, addestramento di forze militari e/o di polizia su incarico ufficiale, oltre a poter gestire problematiche inerenti la safety, intesa quale prevenzione e risoluzione di sinistri.

Le P.M.C., invece, oltre ai servizi forniti dalle P.S.C, possono erogare anche consulenze quali supporto tecnico e logistico ad operazioni militari o di polizia, nonché impiegare direttamente i propri operatori in azioni belliche.

Tra le prime P.M.C è il caso di ricordare la Executive Outcomes, fondata nel 1989 in Sud Africa da Eeben Barlow, ex tenente colonnello della South African Defence Force.

Molti autori, anche su fonti di settore, equiparano l’operatore della sicurezza al mercenario, relegandolo in un ambito di illegalità ed immoralità, compiendo un grave errore interpretativo.

Che l’ordinamento giuridico italiano condivida tale opinione è altresì falso, in quanto l’Italia ha firmato, il 15 giugno 2009, il Documento di Montreaux, il quale individua le norme di diritto internazionale applicabili alle società militari ed alle compagnie di sicurezza privata ( PMSC ) quando presenti sulla scena di un conflitto armato, dettando anche le buone pratiche da adottare in materia di assolvimento degli obblighi internazionali e rispetto dei diritti umani come individuati dalle fonti di diritto intenazionale umanitario.

Il Documento distingue tra Stati che impiegano PMSC, Stati in cui operano PMSC e Stati in cui esse hanno sede.

Numerose Convenzioni internazionali si oppongono alla pratica del mercenariato e, ai fini del presente articolo, fondamantale risulta l’esame della legge n. 210 del 1995, rubricata Ratifica ed esecuzione della convenzione internazionale contro il reclutamento, l’utilizzazione, il finanziamento e l’istruzione di mercenari, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York il 4 dicembre 1989.

L’art. 1 della Convenzione stabilisce che: Ai fini della presente Convenzione,

1. L’espressione “mercenario” significa ogni persona:

a) espressamente reclutata nel paese o all’estero per combattere in un conflitto armato;

b) che partecipa alle ostilità essenzialmente in vista di ottenere un vantaggio personale ed alla quale è stata effettivamente promessa, da una parte al conflitto o a nome di quest’ultima, una remunerazione materiale nettamente superiore a quella promessa o pagata a combattenti aventi rango e funzioni analoghe nelle forze armate di detta Parte;

c) che non è cittadina di una parte al conflitto, né residente del territorio controllato da una parte al conflitto;

d) che non è membro delle forze armate di una parte al conflitto;

e) che non è stata inviata da uno Stato diverso da una parte al conflitto, in missione ufficiale come membro delle forze armate di tale Stato.

2. L’espressione “mercenario” significa altresì, in ogni altra circostanza, ogni persona:

a) espressamente reclutata nel paese o all’estero per partecipare ad un atto concordato di violenza mirante a:

i) rovesciare un governo o colpire, in qualsiasi altro modo, l’ordine costituzionale di uno Stato; oppure

ii) colpire l’integrità territoriale di uno Stato;

b) che partecipa a tale atto essenzialmente in vista di ottenerne un vantaggio personale significativo ed è spinta ad agire dietro promessa o pagamento di una remunerazione materiale;

c) che non è né cittadina, né residente dello Stato contro il quale tale atto è diretto;

d) che non è stata inviata da uno Stato in missione ufficiale;

e) che non è membro delle forze armate dello Stato sul di cui territorio l’atto ha avuto luogo.

La legge di ratifica sanziona penalmente a titolo di delitto chi pratica all’estero il mercenariato e chi istruisce mercenari.

Si tenga presente, ai fini della trattazione, l’elemento discriminante tra il mercenario e l’operatore della sicurezza privata: il primo prende parte al conflitto e sostiene uno dei Paesi o delle fazioni in lotta, mentre il secondo svolge compiti protettivi e, se pur coinvolto in possibili scontri armati, non combatte per la vittoria di nessuna delle parti, ma si limita a proteggere la vita o i beni del suo committente.

Ricordiamo di sicuro tutti la tragica morte del nostro connazionale Fabrizio Quattrocchi, operatore della sicurezza privata ucciso dopo il suo rapimento in Iraq nel 2004.

Ne seguì, in Italia, un procedimento penale a carico dei presunti reclutatori di Quattrocchi, imputati del reato previsto e punito dall’art.288 del codice penale, rubricato Arruolamenti o armamenti non autorizzati al servizio di uno Stato estero, ai sensi del quale: Chiunque nel territorio dello Stato e senza approvazione del Governo arruola o arma cittadini, perché militino al servizio o a favore dello straniero, è punito con la reclusione da quattro a quindici anni.”

La vicenda fu decisa dalla Corte di Assise di Bari, con la sentenza n. 7 del 2010, secondo cui:

L’art. 288 c.p. reprime l’arruolamento e l’armamento dei c.d. mercenari, cioè coloro i quali, dietro corrispettivo economico o altra utilità o comunque avendone accettato la promessa, combattono in un conflitto armato nel territorio comunque controllato da uno Stato estero o partecipano ad un’azione preordinata e violenta diretta a mutare l’ordine costituzionale o a violare l’integrità territoriale di uno Stato estero. Per converso, non rientra nell’ambito di applicazione di tale disposizione l’arruolamento dei c.d. operatori di sicurezza, cioè coloro i quali limitano strettamente la loro attività alle esigenze di tutela delle persone scortate, senza possibilità di ingerirsi in eventuali scontri tra milizie locali e forze militari della coalizione.”.

Secondo tale importante pronuncia, quindi, l’operatore della security privata che opera come tale non è un mercenario.

È da evidenziare come la sentenza appena menzionata non sia stata superata o contraddetta da altre e rimanga una pietra miliare nell’interpretazione della fattispecie menzionata e della qualificazione giuridica del lavoro di chi svolge un determinato tipo di incarico.

Può comunque considerarsi parzialmete mutato nel nostro Paese l’atteggiamento verso i professionisti della sicurezza privata, anche da quando la legge consente l’impiego di guardie particolari giurate a bordo delle navi mercantili battenti bandiera italiana che incrociano nei mari interessati dal fenomeno della pirateria, ma riteniamo possa affrontarsi tale argomento in altra trattazione ad esso specificamente dedicata.

Avv. Paolo Nicodemo